Buio

Nel buio. Ho gli occhi aperti?

Li chiudo e li riapro per esserne sicuro.

Erano aperti. Me ne rendo conto con un brivido.

L'aria è calda e umida, probabilmente fuori ha piovuto.

Cerco a tentoni la cuffia, la metto sulle orecchie e premo il tasto. Dopo qualche secondo le prime note arrivano nel silenzio della notte, dense e corpose, l'impatto del muro del suono.

Il battito cardiaco della batteria e le grida acute della chitarra quasi mi sorprendono. Una voce graffiante mi racconta storie di lamiere metalliche, donne, auto e alcool, precipitandomi su un pianeta familiare.

Il buio è profondo, di quella intensità che viene percepita come un colore o un materiale soffice.

Ho l'impressione di tornare indietro nel tempo, indietro di generazioni. Nella mia mente si dipingono immagini di cavalieri coperti di pellicce, cavalli che battono gli zoccoli sulle zolle gelate di una pianura infinita.

Sento la presenza dell'arco vicino a me. La fame mi rende nervoso, sono trepidante all'idea di raggiungere la prossima capanna in cui un gruppo di contadini si diverte al caldo. Mangiano, non hanno freddo, sono con le loro donne.

Lo stomaco mi si contrae dolorosamente.
Mi alzo e vado verso la porta, a tentoni nel vuoto. Il Nulla è intorno a me, la distanza da percorrere è infinita. Barcollo per un'eternità, mentre i suoni acuti delle chitarre trillano una canzone diabolica.

Riesco a raggiungere la porta. Lentamente mi aggrappo alla maniglia e la torco con sadismo.

Dall'altra parte. Sono arrivato, ma non è meno inquietante: la luce fredda è debolissima.

La musica cambia, le note incalzano. Ancora una volta è qualcosa di diabolico, una canzone crudele, un inno di complicità.

La luce diventa più debole, se possibile. Provo una strana sensazione al ventre, una specie di oppressione.

La casa dei contadini brucia, mentre il cavallo scarta e si agita. Aspetto che si calmi e tiro un'ultima freccia. Gli altri rincorrono gli animali, è per quello che siamo qui. Un contadino giace più in là con la testa fracassata. Qualcuno ha trovato le donne nascoste nella paglia. L'eccitazione si trasmette tra gli uomini come una pestilenza.
Squoto la testa per schiarirla. Ho ancora un po' di nausea residua. Visioni? Forse ricordi ancestrali trasmessi in una specie di memoria tribale, genetica...

Riempio i polmoni, ma l'aria è calda, umida e ferma. Non ho l'impressione di aver respirato, inspiro ancora e mi accorgo di aver riempito troppo i polmoni. Esalo sbuffando.

Mi muovo nella stanza immersa nella semi oscurità, cercando a tentoni il frigo. Mi accuccio e frugo nella cavità fredda, prendo una bottiglia di acqua gelata e mi rialzo improvvisamente.

Di colpo il buio si anima di grani di luce bianca. Vedo in bianco e nero. Mi gira la testa e la nausea mi stringe di nuovo la gola.

Mi rendo conto di aver respirato fin'ora in modo affannoso: sono ubriaco di ossigeno.

La musica si trasforma in un canto di trance.

Ho le vertigini e un brivido mi percorre la schiena.

Stringo la bottiglia per evitare che mi scivoli dalle mani: è così umido che in pochi secondi la sua superficie si è coperta di goccioline. La accosto al petto per ottenere un po' di refrigerio. La differenza di temperatura mi procura quasi uno shock.

Alzo il viso dalla vasca di legno. I capelli lunghi gocciolano sulla pelliccia. L'acqua fredda si gela nel vento. Il viso mi si intorpidisce. Scrollo l'acqua dai baffi che penzolano dai lati della bocca.

Inspiro profondamente l'odore della carne cotta alla brace, allargando le narici come un animale. Se non avessi la bocca accuratamente chiusa probabilmente sbaverei. Ho sempre fame, è una condizione dolorosamente naturale.
I sogni, o ricordi che siano, mi provocano un po' di ansia. Non riesco a mantenere l'attenzione su questo mondo che, sì mi circonda, ma non aderisce e in questa notte non sembra volermi avvolgere come al solito. Sono separato. Sarà la luce così innaturale, saranno il caldo e l'umidità. Sento venire meno il senso di appartenenza e scivolo nel mondo del barbaro.

Eppure quella sensazione di fame dovrebbe farmi apprezzare la mia condizione di agio. Ma c'è qualcosa che mi porto dentro, un istinto animale, per cui la fame è semplicemente una condizione naturale.

La musica sta avendo un effetto ipnotico su di me. Non sono nell'umore adatto per aggiungere altri stimoli alla mia condizione presente. Spengo e mi tolgo la cuffia. Mi rilasso.

La stanza viene rischiarata da un lungo lampo vicinissimo. L'elettricità nell'aria è così forte che mi si rizzano i peli. Mi squoto, come per scaricarmi.

Dopo qualche secondo sento il rumore delle prime gocce di pioggia. Andrò a farmi un giro fuori per rinfrescarmi.


Nando Santagata Copyright Estate 2002